Cardiopatie congenite

Le cardiopatie congenite sono malformazioni semplici o complesse che interessano l’apparato cardiovascolare (il cuore e i grossi vasi) e che vengono chiamate così perché sono presenti già nella vita intrauterina.

Al di là di quale sia la causa, l’origine di tutte le cardiopatie è un’anomalia di formazione e di sviluppo del cuore durante la vita embrionale e fetale tra la seconda e la nona settimana di gestazione. Queste malformazioni, la maggior parte delle volte, sono ben tollerate durante la vita fetale e diventano sintomatiche dopo la nascita.

Grazie ai recenti progressi della medicina è possibile porre diagnosi durante la vita fetale con un semplice ecocardiogramma fetale.

Le indagini strumentali a disposizione sono in grado di assicurare una diagnosi completa e dettagliata di qualsiasi cardiopatia congenita.

 

Circa l’80% delle cardiopatie congenite sono scoperte nel primo anno di vita e circa il 50% nel primo mese; altre cardiopatie non danno segni della loro presenza per mesi o anni. Generalmente, più precoci sono i segni clinici, più gravi sono le cardiopatie. Alcune cardiopatie devono essere diagnosticate, curate e operate immediatamente in epoca neonatale, per altre dopo la diagnosi neonatale è utile attendere qualche settimana o mese prima del trattamento chirurgico in modo da ottenere migliori risultati. In ogni caso, è bene che la terapia chirurgica sia precoce, entro il 4°-6° anno di vita, per permettere un pieno inserimento del bambino nella vita sociale.

Sostanzialmente tutte le cardiopatie congenite possono essere trattate con elevate probabilità di successo, con interventi di chirurgia convenzionale, emodinamica interventistica ovvero con terapia “ibrida”. Questo trattamento può essere eseguito, a seconda dei casi, anche nelle prime ore o nei primi giorni di vita.

Il trattamento chirurgico convenzionale consta di tecniche raffinate di correzione primaria della maggior parte delle cardiopatie biventricolari, eseguite con l’ausilio della circolazione extracorporea, nonché di tecniche di palliazione stadiata delle cardiopatie monoventricolari, fino alla separazione delle circolazioni sistemica e polmonare, ottenuta con l’intervento di Fontan.

Il trattamento interventistico, invece, consiste in procedure eseguite a cielo chiuso, sotto monitoraggio fluoroscopico, attraverso cui è possibile curare vizi cardiaci “semplici” o perfezionare risultati chirurgici subottimali. La terapia ibrida, infine, consiste nella possibilità di azione combinata chirurgica e intervenzionale, finalizzata al perseguimento di azioni difficilmente ottenibili dalle due metodiche separatamente, ovvero con minore impatto globale rispetto alle tecniche chirurgiche a cielo aperto.